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Come togliere calcare dalla plastica

Aggiornato il 31 Luglio 2026

Le macchie bianche che si incrostano sulla plastica sono una seccatura. Opacizzano, rovinano l’estetica e danno la sensazione che tutto sia sporco anche dopo aver pulito. Che si tratti del box doccia in acrilico, del serbatoio della macchina del caffè, del soffione in ABS, dei contenitori trasparenti in plastica o delle sedie da giardino, il calcare sembra sempre avere l’ultima parola. Non dev’essere per forza così. Con i metodi giusti, un po’ di pazienza e qualche accortezza mirata al materiale, puoi riportare la plastica a un aspetto pulito e liscio, senza graffi e senza odori. E no, non serve ricorrere a prodotti aggressivi o trucchi complicati. Serve capire cosa funziona davvero e cosa invece fa più danni che altro.

Indice

  • Perché il calcare si attacca alla plastica e la rende opaca
  • Conoscere la plastica che stai pulendo cambia il risultato
  • I principi che funzionano davvero: acidi deboli, tempo, temperatura e azione meccanica controllata
  • Aceto bianco: il rimedio classico che funziona se usato con criterio
  • Acido citrico: pulito, inodore e molto efficace
  • Bicarbonato di sodio: utile, sì, ma non per sciogliere il calcare
  • Anticalcare commerciali: come sceglierli e usarli sulle plastiche
  • Superfici trasparenti e materiali delicati: box doccia, visiere, coperture
  • Serbatoi e componenti di elettrodomestici: pulire senza stressare il materiale
  • Soffioni doccia, rompigetto e accessori in ABS: il trucco del “pacchetto”
  • Macchie ostinate, aloni e ingiallimento: distinguere per risolvere
  • Sicurezza, errori comuni e miti da sfatare
  • Smaltimento delle soluzioni usate e impatto ambientale
  • Prevenzione: come impedire al calcare di tornare subito
  • Casi pratici e tempi realistici: cosa aspettarti
  • Domande frequenti, senza giri di parole
  • In sintesi operativa, senza liste

Perché il calcare si attacca alla plastica e la rende opaca

Il calcare è il risultato della precipitazione dei sali di calcio e magnesio presenti nell’acqua, soprattutto quando l’acqua evapora o viene riscaldata. Il carbonato di calcio, in particolare, si deposita formando uno strato duro. Sulla plastica trova terreno fertile per due motivi. La superficie plastica, anche quando appare liscia, ha micro-irregolarità dove i cristalli possono ancorarsi. Inoltre, saponi e detergenti lasciano un velo che intrappola altri minerali e sporco, creando un “sandwich” di residui. La combinazione di pellicola saponosa e minerali è quella patina lattiginosa che vedi su box doccia, brocche e accessori.

La plastica trasparente rende tutto più evidente, perché la luce si diffonde in modo irregolare attraverso i microdepositi. Il risultato è un effetto opaco o screziato. La buona notizia è che il calcare non “mangia” la plastica come farebbe un solvente aggressivo; la ricopre. Questo significa che puoi scioglierlo o sollevarlo senza intaccare il materiale, a patto di usare l’agente giusto e la giusta tecnica.

Conoscere la plastica che stai pulendo cambia il risultato

Non tutte le plastiche reagiscono allo stesso modo. Molti oggetti domestici sono in PP o PE, due materiali robusti e tolleranti agli acidi deboli. Molti accessori bagno e soffioni sono in ABS, anch’esso abbastanza resistente. Box doccia e coperture trasparenti possono essere in acrilico (PMMA) o policarbonato (PC). Questi ultimi due meritano più rispetto: possono opacizzarsi o fessurarsi se esposti a solventi o acidi troppo concentrati per troppo tempo. È raro che un acido debole in soluzione moderata crei problemi, ma conviene non sfidare la sorte.

Se non sai di che plastica si tratta, guarda il simbolo sul fondo o sul bordo, spesso trovi una sigla. In mancanza di informazioni, adotta un approccio prudente. Fai una prova su un punto nascosto con la soluzione scelta, aspetta alcuni minuti, risciacqua e valuta. Se la superficie non cambia aspetto e il calcare comincia a mollare, puoi procedere. È un piccolo investimento di tempo che evita guai più grossi, soprattutto con i materiali trasparenti.

I principi che funzionano davvero: acidi deboli, tempo, temperatura e azione meccanica controllata

Togliere il calcare dalla plastica non è una lotta di forza, ma di chimica dolce e costanza. Il carbonato di calcio si scioglie con gli acidi. Gli acidi deboli sono i migliori alleati in casa perché attaccano il calcare senza aggredire la plastica. L’aceto bianco è una soluzione di acido acetico. L’acido citrico si scioglie in acqua ed è molto efficace. Anche alcuni detergenti “anticalcare” commerciali usano acidi organici simili, spesso combinati con tensioattivi.

Il tempo di contatto conta. Dare alla soluzione qualche minuto per agire permette agli ioni di fare il loro lavoro nei pori e nelle fessure. La temperatura aiuta: tiepido è spesso meglio di freddo, perché aumenta leggermente la velocità di reazione senza rischiare deformazioni. L’azione meccanica serve a staccare ciò che l’acido ha già indebolito. Non serve grattare come forsennati; una spugna morbida o un panno in microfibra, con movimenti regolari, fanno la differenza. Gli abrasivi duri, al contrario, creano graffi dove lo sporco tornerà più in fretta.

Ultimo pilastro, il risciacquo abbondante. Un buon risciacquo porta via non solo i residui di calcare sciolto, ma anche l’eccesso di acido e la pellicola di sapone che ci si porta dietro. E asciugare alla fine rompe il ciclo del deposito successivo.

Aceto bianco: il rimedio classico che funziona se usato con criterio

L’aceto bianco è comodo, economico e già in dispensa. Nella maggior parte dei casi, su plastica non particolarmente delicata, riesce a sciogliere incrostazioni leggere e medie. Se pensi di usarlo puro, domandati prima che plastica hai davanti. Su PP, PE e ABS in genere va bene anche non diluito. Su policarbonato e acrilico meglio diluirlo con acqua, metà e metà, e ridurre i tempi di contatto.

Il modo più efficace di usarlo su superfici verticali consiste nell’imbibire un panno morbido con aceto tiepido, stenderlo sulla zona incrostata e lasciarlo aderire. Quando possibile, coprire il panno con un pezzo di pellicola trasparente riduce l’evaporazione e mantiene l’acido attivo più a lungo. Dopo un quarto d’ora, controlla. Spingi via una piccola area con la spugna. Se i depositi cedono, prosegui con passate delicate. Non cercare di ottenere tutto in una sola passata. A volte due cicli corti, con risciacquo tra l’uno e l’altro, sono più sicuri di uno lungo.

Per pezzi smontabili come rompigetto, filtri di rubinetti, portaspazzolini, ciotole e coperchi, l’immersione è regina. Un bagno di aceto tiepido per trenta minuti scioglie i depositi nei fori e nelle scanalature. Poi un passaggio con spazzolino a setole morbide rimuove i residui. Risciacqua bene e asciuga. Se l’odore dell’aceto ti disturba, sappi che svanisce con il risciacquo, ma puoi fare un ultimo passaggio con acqua e una goccia di detersivo per piatti per neutralizzarlo.

Acido citrico: pulito, inodore e molto efficace

Se vuoi un risultato più prevedibile e un odore neutro, l’acido citrico è spesso la scelta migliore. È una polvere alimentare che si scioglie in acqua. Funziona molto bene sul calcare perché chela gli ioni di calcio e magnesio, li intrappola, e al tempo stesso abbassa il pH per sciogliere il carbonato. Una soluzione al 6–10% copre quasi tutti i casi domestici. In pratica, da 60 a 100 grammi di polvere per litro d’acqua. Acqua tiepida, non bollente, per accelerare la dissoluzione e la reazione.

Sulle superfici verticali il metodo è identico a quello con l’aceto: panno imbevuto, tempo di posa, azione delicata, risciacquo. Sulle plastiche sensibili, come PMMA e PC, resta sulla fascia bassa di concentrazione e limita la posa a pochi minuti, ripetendo se serve. Sui serbatoi di elettrodomestici, una soluzione al 5–6% riempie il contenitore; scuoti un po’ per bagnare tutto, lascia agire dieci minuti, svuota e risciacqua più volte. Quel velo bianco che non vuole saperne di andare via sulle pareti trasparenti in genere si arrende già al primo ciclo.

L’acido citrico è compatibile con guarnizioni in gomma e molte plastiche, ma non è un lasciapassare per tempi eterni. Non ha senso lasciare in ammollo per ore. Fai lavorare la chimica nel suo intervallo di efficacia e completa con il gesto meccanico. Se il serbatoio odora di stantio, un secondo risciacquo con acqua e una goccia di detersivo per piatti elimina eventuali residui organici che il solo acido non tocca.

Bicarbonato di sodio: utile, sì, ma non per sciogliere il calcare

Il bicarbonato gode di ottima fama in casa, e a ragione, ma è bene chiarire un mito. Il bicarbonato non scioglie il calcare. È basico e, chimicamente, il carbonato di calcio non si scioglie in una soluzione basica debole. Allora perché usarlo? Per due motivi concreti. Il primo è l’azione leggermente abrasiva, molto controllata, che aiuta a togliere la pellicola di sapone e lo sporco graso che a volte rimane anche dopo il trattamento acido. Il secondo è l’effetto deodorante e leggermente sgrassante.

La sequenza giusta mette prima l’acido e poi, se servono rifiniture, una crema di bicarbonato e acqua passata con un panno morbido. Attenzione alla tentazione della “magia frizzante” mischiando aceto e bicarbonato insieme. La reazione fa schiuma, libera anidride carbonica e neutralizza l’acido proprio quando serve dissolvere il calcare. Divertente da vedere, poco utile a pulire. Meglio separare i passaggi: prima sciogli il calcare con l’acido, poi, se restano aloni untuosi o residui saponosi, entra in scena il bicarbonato. Chiudi sempre con risciacquo e asciugatura.

Anticalcare commerciali: come sceglierli e usarli sulle plastiche

Gli anticalcare pronti all’uso sono comodi e veloci. Molti formulati moderni usano acidi organici come citrico, lattico o formico, spesso con tensioattivi che aiutano a staccare lo sporco misto di sapone e minerali. Leggere l’etichetta aiuta a capire se sono adatti alle plastiche. Indicazioni come “sicuro su superfici delicate” o “adatto per box doccia in acrilico” sono un buon segnale. Se compare l’acido cloridrico o solfammico, raddoppia la prudenza: sono più aggressivi e vanno usati con tempi molto controllati e su plastiche robuste, evitando accuratamente PC e PMMA.

L’approccio resta quello misurato: applica su superficie fredda, lascia agire il tempo indicato dal produttore, muovi con un panno morbido e risciacqua con generosità. Le plastiche trasparenti meritano sempre una prova su zona nascosta. Se senti odore pungente o vedi che la superficie inizia a velarsi, interrompi, risciacqua e passa a una soluzione più blanda. Non serve usare più prodotto per ottenere più risultato; serve usarlo bene.

Superfici trasparenti e materiali delicati: box doccia, visiere, coperture

Le plastiche trasparenti mettono ansia perché ogni piccolo graffio si vede. La parola d’ordine qui è delicatezza. Sul box doccia in acrilico o sulla visiera in policarbonato si lavora con soluzioni più diluite e tempi ridotti. Una soluzione di acido citrico al 3–5% applicata con panno in microfibra e risciacquo frequente scioglie gli aloni senza intaccare la lucentezza. Evita spugne abrasive, anche quelle “delicate” con lato verde, perché segnano la superficie. Le spugnette in melamina possono sembrare miracolose, ma sono microabrasive: sulle superfici lucide trasparenti tendono a opacizzare.

Un aneddoto utile. Una volta ho visto un box doccia in PMMA, opacizzato da anni di calcare e da una pulizia aggressiva con polveri abrasive. Il proprietario era rassegnato a cambiarlo. Due cicli con acido citrico al 5% applicato con panno, risciacquo, poi un passaggio con sapone neutro e infine asciugatura accurata hanno ridato trasparenza sufficiente a rimandare la sostituzione di un bel po’. Non è diventato nuovo, perché i graffi rimangono, ma il salto di qualità è stato notevole. La morale? Prima fai sciogliere i sali, poi giudichi se serve un intervento di lucidatura con prodotti specifici per plastica, da usare a parte e con cautela.

Evita solventi come acetone, diluenti o alcoli forti sulle plastiche trasparenti, perché possono causare microfessurazioni o velature permanenti. Se dopo il trattamento acido restano macchie iridescenti, spesso sono residui di sapone: un passaggio con detersivo per piatti e acqua tiepida li rimuove.

Serbatoi e componenti di elettrodomestici: pulire senza stressare il materiale

I serbatoi dell’acqua delle macchine da caffè, degli umidificatori e dei ferri con base staccabile in plastica trasparente accumulano calcare dove l’acqua si ferma a lungo. Qui la soluzione giusta è immergere dall’interno. Riempi il serbatoio con acqua tiepida e acido citrico al 5–6%, lascia riposare dieci-quindici minuti, agita per staccare i depositi, svuota e risciacqua più volte finché l’odore sparisce. Se i bordi hanno un anello tenace, bagna un panno con la stessa soluzione, appoggialo sul bordo interno, aspetta qualche minuto e poi passa con il panno in microfibra.

Per i componenti smontabili piccoli, come vaschette e filtri, l’ammollo in una bacinella con la stessa soluzione fa miracoli. Evita l’acqua bollente che può deformare la plastica, soprattutto se sottile. Non usare candeggina per deodorare i serbatoi dopo il trattamento acido. L’ipoclorito non serve contro il calcare e, se usato in prossimità di residui acidi, può sviluppare cloro. Se vuoi eliminare odori residui, un risciacquo con una goccia di detersivo per piatti seguito da più risciacqui con sola acqua è più che sufficiente.

Soffioni doccia, rompigetto e accessori in ABS: il trucco del “pacchetto”

Il soffione ha spesso fori in gomma e corpo in ABS. Il calcare ostruisce e spruzza ovunque. Il metodo meno invasivo sfrutta l’aceto o l’acido citrico, senza smontare. Puoi creare un “pacchetto” bagnato: riempi un sacchetto robusto con soluzione di acido citrico al 6–8% o aceto, infilalo attorno al soffione in modo che i fori siano immersi, fissa con un elastico e lascia agire mezz’ora. Una volta rimosso il sacchetto, passa con uno spazzolino morbido, sciacqua con l’acqua della doccia e asciuga il corpo con un panno. Vale lo stesso principio per i rompigetto: quando puoi, smonti e immergi; quando non puoi, applichi esternamente. Non forzare con aghi duri nei fori, perché allargano o spaccano i beccucci in gomma.

Macchie ostinate, aloni e ingiallimento: distinguere per risolvere

Non tutto ciò che appare bianco è calcare. Dopo aver sciolto i minerali, a volte resta un alone lattiginoso. Spesso è una pellicola di sapone, crema o calcare intrappolato in micrograffi. In questi casi, un lavaggio con acqua tiepida e detersivo per piatti e un panno in microfibra pulito rimuove quello strato appiccicoso che l’acido non tocca. Se il velo persiste, una crema leggermente abrasiva specifica per plastica può uniformare, ma richiede mano leggera e un test preventivo.

L’ingiallimento è un’altra storia. Non è calcare. Dipende dall’ossidazione del materiale o dall’esposizione ai raggi UV e a sostanze come fumo o grassi. Gli acidi non lo risolvono. Alcuni trattamenti con perossido di idrogeno a bassa percentuale possono schiarire certi tipi di plastica, ma vanno affrontati come progetto a parte, con tutte le precauzioni e lontano dal tema del calcare. In altre parole, prima togli il calcare, poi, se il colore non ti soddisfa, valuti un percorso di restauro del materiale.

Un caso tipico sono i cerchi bianchi attorno a saponi solidi o dispenser. Lì spesso c’è un miscuglio di sapone e calcare. Il doppio passaggio funziona bene: acido per sciogliere i sali, detersivo per rompere il grasso. A volte serve ripetere due volte, meglio farlo breve e mirato che lungo e aggressivo.

Sicurezza, errori comuni e miti da sfatare

Pulire il calcare con acidi deboli è sicuro, ma non è un gioco. Proteggi le mani con guanti domestici quando lavori a immersione o su grandi superfici. Lavora in ambiente aerato, specialmente se usi anticalcare commerciali. Non mescolare mai acidi e candeggina. Il rischio di sviluppare gas irritanti è reale. Evita di usare acido muriatico (cloridrico) sulle plastiche domestiche: fa presto danni permanenti e non offre vantaggi rispetto a citrico o acetico in questi contesti.

Un altro errore frequente è affidarsi all’attrito per “vincere” il calcare. L’istinto porta a strofinare forte con pagliette o polveri abrasive. Funziona a breve termine, ma lascia graffi in cui lo sporco si annida, e soprattutto rovina l’estetica delle plastiche lucide. Meglio lasciare che chimica e tempo facciano la parte pesante del lavoro, e tu ti limiti a staccare ciò che è già pronto ad andarsene.

Ultimo mito, i magneti miracolistici o gli addolcitori senza manutenzione che “smagnetizzano” il calcare. Per prevenire realmente i depositi è l’addolcimento a scambio ionico o, nel piccolo, filtri con polifosfati o cartucce specifiche. Ma questo è tema da sezione preventiva. Per rimuovere ciò che c’è già, vale solo la combinazione di acido e pazienza.

Smaltimento delle soluzioni usate e impatto ambientale

Le soluzioni di aceto o acido citrico usate per decalcificare si possono versare nello scarico domestico, meglio se accompagnate da abbondante acqua. Sono acidi deboli e biodegradabili. Se vuoi essere scrupoloso, puoi diluirle ulteriormente o neutralizzarle con un pizzico di bicarbonato finché non frizzano più. In case con impianti a fossa biologica, l’uso moderato di acidi deboli non crea particolari problemi, ma evita di versare grandi quantità concentrate tutte insieme. I residui solidi staccati vanno via con il flusso d’acqua. Non serve mai ricorrere a solventi o a getti ad alta pressione sulle plastiche per rimuovere il calcare; oltre a essere inutili, aumentano sprechi e rischi.

Prevenzione: come impedire al calcare di tornare subito

La strategia più efficace è semplice. Non lasciare che l’acqua ristagni e asciughi sulla plastica. Dopo la doccia, due passate con un tergivetro sul box in acrilico riducono drasticamente i depositi. Se non ami il tergivetro, asciugare con un panno in microfibra dedicato funziona quasi allo stesso modo. Sulle superfici a contatto con saponi, sciacquare via i residui subito dopo l’uso evita la formazione del famoso velo che intrappola i minerali.

Puoi anche applicare protettivi specifici per plastiche trasparenti, prodotti anticalcare o anti-goccia dichiarati compatibili con PMMA e PC. Creano un film idrorepellente che fa scivolare via l’acqua e limita l’adesione dei sali. Attenzione a non usare protettivi pensati per vetro contenenti solventi non adatti alla plastica. La regola del test su zona nascosta vale anche qui. Se vivi in zona con acqua molto dura, filtrare l’acqua in ingresso agli apparecchi più esposti aiuta. Un piccolo filtro a cartuccia sul flessibile della doccia o un addolcitore di linea per l’impianto riduce a monte il problema. Non è necessario stravolgere l’impianto: anche un semplice filtro per la macchina del caffè usato con regolarità fa la differenza nei serbatoi.

Stabilire una routine breve e regolare impedisce alle incrostazioni di stratificarsi. Un passaggio veloce con un panno umido e un po’ di acido citrico diluito una volta a settimana sul box doccia, seguito da risciacquo e asciugatura, è più efficace di una pulizia “eroica” una volta ogni due mesi. Vale per tutte le plastiche a contatto con acqua: i cinque minuti risparmiati oggi diventano mezz’ora di lotta tra qualche settimana. E chi ha voglia di combattere ogni volta?

Casi pratici e tempi realistici: cosa aspettarti

Una guida è utile se ti aiuta a prevedere cosa succederà. Immagina un box doccia in acrilico con due anni di manutenzione saltuaria. La prima sessione con acido citrico al 6% e panno imbevuto richiede circa quaranta minuti tra posa a tratti e movimenti delicati. Il risultato? Aloni drasticamente ridotti, trasparenza recuperata, qualche macchia antica che resiste nelle aree molto graffiate. Un secondo passaggio mirato la settimana dopo porta il resto quasi a zero. Da lì, manutenzione leggera settimanale e addio incrostazioni visibili.

Prendi un serbatoio di umidificatore in plastica trasparente, con anello bianco sul fondo. Riempito con soluzione al 5%, dieci minuti di posa, agitazione e risciacqui. In venti minuti è fatto, senza odori e senza strofinare forte. Su un soffione doccia incrostato, il sacchetto con acido citrico al 6–8% per mezz’ora libera i fori senza smontare. Un paio di passate con spazzolino morbido e il getto torna regolare.

C’è poi il classico portaspazzolini in plastica opaca, con calcare e residui organici. Qui l’acido scioglie i sali, ma serve anche il detersivo per piatti per togliere la parte grassa. In pratica, due cicli brevi: prima citrico, risciacquo, poi acqua e detersivo, risciacquo. Il tutto in quindici minuti. Il vantaggio di conoscere i principi è che non ti perdi in tentativi casuali. Sai già perché fai quello che fai e a cosa serve ogni passaggio.

Domande frequenti, senza giri di parole

Meglio aceto o acido citrico? Se vuoi un odore neutro e un controllo più preciso della concentrazione, vince l’acido citrico. L’aceto funziona e va benissimo su molte plastiche; se lo hai già in casa, usalo senza problemi, con le cautele viste. Quanto tempo lasciare in posa? Il minimo necessario a sciogliere il deposito. Spesso tra cinque e quindici minuti bastano. Ripetere due volte tempi brevi è più sicuro che un’unica posa lunghissima, soprattutto su materiali trasparenti. Posso usare acqua molto calda per accelerare? Tiepida sì, bollente no, soprattutto se la plastica è sottile o il pezzo è sotto tensione. Posso lucidare dopo? Sì, ma separa i lavori. Prima elimina il calcare. Poi, se necessario, usa un prodotto specifico per lucidare plastica, seguendo le istruzioni e provando in piccolo.

Un’ultima curiosità: perché a volte gli aloni tornano in fretta anche dopo una pulizia impeccabile? Perché l’acqua è sempre la stessa, e se asciuga sulla superficie lascia di nuovo i sali. Qui la prevenzione fa la differenza. Asciugare o far scorrere via l’acqua, ridurre il contatto con saponi depositati, usare un protettivo idrorepellente sicuro, filtrare l’acqua quando possibile. Non è una condanna, è una routine leggera che ripaga.

In sintesi operativa, senza liste

Togliere il calcare dalla plastica non richiede muscoli, ma metodo. Identifica la plastica quando puoi, scegli un acido debole adeguato, applicalo con intelligenza su superficie pulita da polvere grossolana, concedi il tempo di contatto giusto, muovi con un panno morbido, risciacqua con generosità e asciuga. Ricorda che il bicarbonato non scioglie i sali ma aiuta a rimuovere film untuosi dopo il trattamento acido. Evita abrasivi duri e solventi. Proteggi le mani, arieggia, non mescolare acidi e candeggina. Smaltisci le soluzioni diluendole nello scarico e organizza una piccola routine di prevenzione.

La differenza tra una plastica segnata e una plastica curata si vede e si sente al tatto. Una volta capiti i meccanismi, diventa un’azione quasi automatica. In pochi passaggi, con prodotti semplici, restituisci chiarezza ai materiali e prolunghi la loro vita utile. E quando vedrai il box doccia tornare lucido o il serbatoio trasparente di nuovo limpido, ti chiederai perché non l’hai fatto prima. La risposta è semplice: ora sai come farlo bene, senza rischi e senza sprechi.

Francesca Damiani

Federica Damiani è una casalinga appassionata di arredamento d'interni e bellezza. Con un occhio attento per i dettagli e una passione per tutto ciò che riguarda la casa, condivide consigli pratici per rendere la tua casa accogliente e bella. Quando non è impegnata a trasformare la sua casa in un'oasi di pace, le piace sperimentare nuovi prodotti di bellezza e condividere i risultati.

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